Com’era umanamente possibile sopportare? Immaginare la condizione dei deportati ad Auschwitz e Birkenau è impossibile. Abbiamo visitato i campi di concentramento oggi, tutta la giornata tra i resti e le ricostruzioni di quelle fabbriche di morte. E’ necessario prendersi del tempo per elaborare quello che abbiamo visto. Luoghi reali, solide costruzioni, filo spinato, baracche di legno, depositi, rotaie… Tutto organizzato alla perfezione per privare i deportati di ogni cosa, fino ad arrivare a toglierli la loro stessa umanità e identità. Il campo di Auschwitz è stato ricostruito. E alcuni block sono stati allestiti a museo. Raccontano la vita nel campo, le condizioni igieniche, le procedure di internamento e quelle di morte. Nulla ti può lasciare indifferente. All’interno ho visto immensi mucchi di scarpe, occhiali, persino capelli… Il muro delle fucilazioni, le stanze delle torture, le camere a gas, i forni crematori. Lasciato Auschwitz ci siamo diretti a Birkenau, un campo di sterminio più grande di dieci volte rispetto ad Auschwitz. Un’immensa distesa di neve e vento. E lì, in quel gelo e tra i morsi della fame e di una stanchezza inimmaginabile, donne e uomini erano costretti a lavorare per interminabili ore vestiti di pochi stracci. E quattro camere a gas dalla superficie di duecentodieci metri quadrati ciascuna provvedevano a far sparire chiunque fosse inabile al lavoro o malato, donne incinte, vecchi e bambini. La nostra mente non è pronta, non può essere pronta, ad accettarlo. E’ indispensabile fermarsi, prendere tempo, pensare, ammettere che ciò è reale.
Veronica Weiss
Quel sole all’inizio inganna. La luce che rende tutto nitido agli occhi, vivo e caldo. E’ così ovunque. Qui più ingannevole del solito. Perché quel sole che ti riscalda di giorno, quando scompare e lascia spazio all’avanzata della notte, permette l’arrivo del freddo, che qui è pungente, come raramente ho sentito. Dagli alberi intorno al campo scende la neve che ricopre tutta la Polonia. Portata a terra da quel vento, si posa leggera e leggiadra. Senza chiedere, senza disturbare. Tutto è calmo, irreale, surreale, tranquillo e bianco. La natura convive con l’uomo e l’uomo con essa si adatta. Deve, per sopravvivere. Il vento gelato colpisce come frecce appuntite i corpi che si muovono tra i block di Auschwitz e di Birkenau. Non è vero, l’uomo non si adatta, qui sopravvive e sopporta. Sopporta il freddo e sopporta il dolore che stiamo visitando e che le guide dei campi ci stanno narrando. Dopo i nazisti la Polonia ora pensa al freddo, che invade questo territorio, ma a differenza dei primi, con la natura ora si convive in pace.
Il nostro passaggio si sente. Si vede. Le orme degli stivali e degli scarponi pesanti. Quelle restano per un po’ impresse nella neve. Si alternano due situazioni opposte dentro di me. La prima pensa a cosa c’è stato qui, dove ora le mie orme sono passate; la seconda riflette su l’oggi. E se per quel prima ho un’avversione che non sto a descrivervi, per quest’oggi ho la paura di un possibile ritorno al passato. Si parla di memoria, potrei dirvi le mie sensazioni, ma sono personali e mie. Posso dirvi “venite ad Auschwitz”, ne vale la pena. Costruiamoci una memoria, per ricordare, ma soprattutto per oggi. La seconda riflessione è aperta. E’ cominciata. E credo che continuerà, perché quello che ho visto oggi, le sensazioni, le riflessioni sull’assurdità di quella storia, di questa orrenda strage e pagina della nostra storia, sono le stesse situazioni, le stesse riflessioni riguardanti le assurdità di quello che sta accadendo oggi nel mondo. E’ facile commemorare e ricordare, è altrettanto facile parlare e dimenticare.
Filippo Bonadiman
Venerdì a mezzogiorno siamo arrivati a Cracovia, abbiamo sistemato i nostri bagagli in ostello e fatto un giro in centro. In sé una giornata qualunque, senza pensieri, la mente doveva essere sgombrata per cercare di capire cosa avrei visto il giorno dopo.
Sabato siamo stati ad Auschwitz. Potrei fermarmi qui, per convenienza, per stanchezza, per malavoglia, ma continuo. Controllo cosa indosso: Calzamaglia, pantaloni pesanti, calze di spugna, scarpe da neve, maglietta e maglione; piumino, guanti e cappello, appena si mette piede dentro il campo un freddo pungente reso ironico dal sole pallido mi fa pensare al prigioniero che sopravviveva con solo una camiciola di cotone e dei tremendi zoccoli di legno. La luce del sole sulla neve dona al campo una lucentezza da luogo sospeso, non irreale ma lontano, le baracche uguali, i locali uguali, la disposizione dei letti e dei giacigli identica, penso che qui la negazione dell’uomo iniziava sopratutto dalla negazione dell’immaginazione e della fantasia. Una destrutturazione della personalità graduale, prima la mente poi il corpo poi tutto insieme con una progressione scandita dagli improperi in tedesco e dalle fredde traduzioni degli interpreti. Se si vede l’Europa dagli Urali, la Polonia è il suo centro, ed è proprio in questo centro che la distruzione umana ha avuto la sua espressione migliore, ed è ancora più folle credere che l’Europa possa essersi ricomprata una verginità psicologica, certo che ai deportati importava assai poco quello che sarebbe successo di lì a qualche anno. Credo che queste persone vivano alla giornata, però non secondo il “carpe diem” di Orazio ma era un vivere nella inconscia consapevolezza che in un’ora, in un giorno o in un mese qualsiasi si poteva dire addio ad un mondo che ormai non era tale per coloro che dopo un processo di depersonalizzazione avevano poco di umanità. Mentre vado via da Birkenau guardo a destra e a sinistra, il campo è tremendamente immenso e il pensiero va in maniera uguale a un gulag in Siberia, a un Killing Field cambogiano e a un nuovo gulag, questa volta in Corea del Nord. Spesso agli Europei nati dal 1945 in poi si ricorda che sono fortunati ad essere nati in un continente senza dittature, però non sono soddisfatto né di come si sia arrivati né di come stiamo maltrattando la democrazia né tanto meno dei rapporti con paesi in cui la democrazia non è nemmeno una parola.
Fabio Zacà