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I Diari di Sanbaradio

venerdì, marzo 12th, 2010

Ogni gruppo si apparta all’interno di un’aula. A cerchio si attende solo l’inizio di questo ritrovo. E al centro di questo cerchio ci sono le aspettative della partenza, le paure e tante parole appese su qualche post-it. Di nuovo su quei colorati foglietti adesivi a ognuno di noi tocca scrivere una parola. La mia è rabbia. Perché questa parola forte è scaturita sopra tutte e con prepotenza quando sentivo le storie narrate dalla nostra guida in quei luoghi di sterminio. E ora che sono tornato mi accorgo di averla portata con me.
E’ una rabbia particolare, più da impotenza di ribelarsi contro tutto quello che è successo e rabbia verso una cosa così assurda.
Oggi non ho parlato. Ho solo ascoltato ed elaborato i miei pensieri. Ascoltando tutto quello che è saltato fuori nella discussione. I ragazzi sempre a cerchio erano attivissimi. Parlavano ed esponevano le loro idee, le loro sensazioni, paure e aspettative provate durante la visita in quei luoghi dell’orrore. Il discorso poi si è evoluto e si è posto su un piano più alto, arrivando alla domanda e noi oggi cosa possiamo fare?
Subito ho sentito che la mia rabbia in questo scenario può trovare finalmente uno sfogo, un possibile tentativo di ribellarsi e dire no. Perché ora posso trasformare quel senso di impotenza verso quelle vicende in consapevolezza di poter dire la mia e fare qualcosa ora, nelle vicende che in diverse sfaccettature compaiono anche oggi.
Non scorderò mai le parole di Robert Kennedy, fratello di J.F.K., pronunciate in un viaggio in Sud Africa. Si rivolgeva ai giovani e così li incitava dicendo che nella vita pochi avranno la grandezza necessaria a piegare la storia ma ciascuno di noi può operare per modificare una minuscola parte del corso degli eventi e tutte queste azioni formeranno la storia di questa generazione (dal discorso a Città del Capo, 6 giugno 1966). Ed è questo che possiamo e dobbiamo fare. Il trovarsi a parlare, come facciamo in queste occasioni, il discutere, mantenere viva una memoria e soprattutto impegnarci ora nel reale attraverso questi incontri. Dobbiamo impegnarci e far sì che queste occasioni di ritrovo possano portare a creare una coscienza, un pensiero che per piccolo che sia esiste e ha una sua vita propria. Perché è in uno stato autoritario che esiste solo un’idea, una consapevolezza e uno stesso destino. In questi stati di regime si fanno morire le diversità ideologiche e idem oggi, se ci affidiamo alle mode, alle ideologie presenti che ogni giorno sempre più deviano dalla retta via di un paese libero e rispettoso verso tutti, se non guardiamo con occhio critico a tutto quello che ci sta attorno, allora facciamo lo stesso errore che è stato fatto in passato. Quello di accettare che le cose vadano così. Bisogna creare un’alternativa al pensiero, o comunque prenderne coscienza e capire che bisogna cambiare, che si può cambiare se lo vogliamo. Bisogna portare avanti un’ideologia diversa e allora lì può realmente nascere il cambiamento. Penso in merito a questo a tutti i gruppi di discussione e i movimenti giovanili, e non, che si creano per gridare forte il proprio sdegno verso la mafia, che mettono la faccia e fanno sentire la propria voce, quelli sono un esempio di una coscienza diversa che si crea e che contrasta fortemente lo stato di soggiogazione in cui a volte è costretta la nostra società portando avanti una coscienza e un’idea di legalità.
Oggi possiamo questo. Parlare e ricordare, per costruirci noi un’idea, una coscienza che esisterà sempre nella società e che sarà un’alternativa e un grido in più contro tutti i possibili sopprusi che possono tornare. Essere sempre vigili e tenere stretta la voglia di essere liberi, noi e quelli vicino a noi. Noi possiamo essere l’alternativa con la nostra coscienza per le nuove generazioni. Noi possiamo essere la seconda scelta, quella per cui le persone potranno dire ehi, non c’è un sistema mafioso che controlla tutto, ma ci sono anche persone che guardano alla società con un occhio liberale e legale. Così si può contrastare la mafia oggi e tutte le atrocità che si compiono nel mondo.
E alla fine resterà un’impronta su un lenzuolo. Un piccolo passo per dire che anche noi ci siamo.

Filippo Bonadiman
Incontro al Liceo Scientifico Leonardo Da Vinci di sabato 27 febbraio 2010

I Diari di Sanbaradio

lunedì, febbraio 8th, 2010

Sfidando nuovamente il freddo di Cracovia, questo pomeriggio abbiamo visitato il ghetto ebraico ai margini della città. Camminando per le vie di quelle che è a tutti gli effetti un paese, si ha comunque la netta sensazione che nulla lì abbia mai vissuto una quotidianità “normale”. Gli ebrei sono stati schedati, contrassegnati e infine costretti a lasciare le proprie case, portando con sé poche indispensabili cose per trasferirsi qui. Alcune delle cose che la guida ci ha detto accompagnandoci nella visita, mi hanno colpito particolarmente. Ci ha raccontato del farmacista, l’unico tedesco rimasto a vivere con gli ebrei; del tram che passava nel bel mezzo del ghetto senza ovviamente fermarsi e dai cui finestrini ogni tanto qualcuno lanciava un pezzo di pane ai ragazzini ebrei che stavano immobili a fissarlo al suo passaggio; e il significato del monumento nella piazza: tante grandi sedie di ferro, simbolo degli oggetti che le famiglie costrette a trasferirsi nel ghetto portavano dalle loro case. Ci ha raccontato anche storie più cupe, come quella della notte in cui in mille morirono sotto i colpi di fucile delle SS. Gli ebrei a Cracovia prima dell’olocausto erano sessantamila, ne sopravvissero meno di quindicimila. Oggi la comunità ebraica, conta trecento persone. Pregano nella sinagoga della città ebraica, a poche centinaia di metri da quella che fu la loro prigione. Le emozioni di questo pomeriggio vanno ad aggiungersi a quelle degli scorsi giorni. Spero di avere un po’ di tempo per riflettere, ora.
Veronica Weiss
La gabbia è un oggetto, spesso di metallo o di legno limitante parzialmente o totalmente la libertà di animali in generale. Approssimativamente, questo poteva aver pensato un signore di mezza età mentre dal centro di una città veniva portato verso il quartiere residenziale, spregiativamente chiamato ghetto. La logica di un ghetto è semplice quanto efficace, mettere migliaia di persone in un luogo e gradualmente deportarle o ucciderle; uno stillicidio programmato. Tutto programmato, come la rasatura totale e la vendita dei capelli, come il bruciare le ceneri e la conseguente vendita della cenere agli agricoltori. E non credo che si siano fermati a questo, Chissà quanti burocrati o funzionari dietro la loro vezzosa marzialità di inflessibili tutori della legge hanno portato a termine trattative di compravendita di case lasciate dai prigionieri ebrei e dalle famiglie e quanti loro averi e beni sono stati confiscati e derubati. Certe volte credo che sia stata una operazione congiunta di furto con omicidio volontario.
Fabio Zacà
Cracovia è silente. E’ come un corpo che sopito conta le giornate che passano. E’ un corpo sano il suo, in forma, e la grande ferita che ha subito più di mezzo secolo fa, subendo il destino di tante altre città, ospitando in grembo la pazzia di un sistema fanatico e umanamente incomprensibile agli occhi nostri sembra rimarginata. Sembra che tutto funzioni. L’essenza vitale ha cominciato nuovamente a scorrere al suo interno. Lo vedi ovunque girando per la città: dai giovani che a gruppetti scherzano e ridono; alla coppia di innamorati che si bacia in mezzo alla piazza testimoniando il loro intimo sentimento; fino alla vecchina che vende dolci tipici polacchi sui cigli della strada e che sorridente li mette nelle mani della bambina incuriosita da tutto questo fragore.
Il ghetto non c’è più. Ha ripreso il suo vero nome, cancellando ciò che è una macchia assurda di un momento storico orribile. Ora è Cracovia. Resta un muro, una targa, le storie di una guida e il ricordo, la memoria di ciò che fu. Ma, ora, è Cracovia. Ed è bella come una principessa addormentata, come un pesco in fiore e come la sinfonia, lenta, di un violino. Cracovia ti culla. E se la guardi sorridente ha riscoperto che può sorridere. E lo fa bene.
Filippo Bonadiman

I Diari di Sanbaradio

sabato, febbraio 6th, 2010

Com’era umanamente possibile sopportare? Immaginare la condizione dei deportati ad Auschwitz e Birkenau è impossibile. Abbiamo visitato i campi di concentramento oggi, tutta la giornata tra i resti e le ricostruzioni di quelle fabbriche di morte. E’ necessario prendersi del tempo per elaborare quello che abbiamo visto. Luoghi reali, solide costruzioni, filo spinato, baracche di legno, depositi, rotaie… Tutto organizzato alla perfezione per privare i deportati di ogni cosa, fino ad arrivare a toglierli la loro stessa umanità e identità. Il campo di Auschwitz è stato ricostruito. E alcuni block sono stati allestiti a museo. Raccontano la vita nel campo, le condizioni igieniche, le procedure di internamento e quelle di morte. Nulla ti può lasciare indifferente. All’interno ho visto immensi mucchi di scarpe, occhiali, persino capelli… Il muro delle fucilazioni, le stanze delle torture, le camere a gas, i forni crematori. Lasciato Auschwitz ci siamo diretti a Birkenau, un campo di sterminio più grande di dieci volte rispetto ad Auschwitz. Un’immensa distesa di neve e vento. E lì, in quel gelo e tra i morsi della fame e di una stanchezza inimmaginabile, donne e uomini erano costretti a lavorare per interminabili ore vestiti di pochi stracci. E quattro camere a gas dalla superficie di duecentodieci metri quadrati ciascuna provvedevano a far sparire chiunque fosse inabile al lavoro o malato, donne incinte, vecchi e bambini. La nostra mente non è pronta, non può essere pronta, ad accettarlo. E’ indispensabile fermarsi, prendere tempo, pensare, ammettere che ciò è reale.
Veronica Weiss
Quel sole all’inizio inganna. La luce che rende tutto nitido agli occhi, vivo e caldo. E’ così ovunque. Qui più ingannevole del solito. Perché quel sole che ti riscalda di giorno, quando scompare e lascia spazio all’avanzata della notte, permette l’arrivo del freddo, che qui è pungente, come raramente ho sentito. Dagli alberi intorno al campo scende la neve che ricopre tutta la Polonia. Portata a terra da quel vento, si posa leggera e leggiadra. Senza chiedere, senza disturbare. Tutto è calmo, irreale, surreale, tranquillo e bianco. La natura convive con l’uomo e l’uomo con essa si adatta. Deve, per sopravvivere. Il vento gelato colpisce come frecce appuntite i corpi che si muovono tra i block di Auschwitz e di Birkenau. Non è vero, l’uomo non si adatta, qui sopravvive e sopporta. Sopporta il freddo e sopporta il dolore che stiamo visitando e che le guide dei campi ci stanno narrando. Dopo i nazisti la Polonia ora pensa al freddo, che invade questo territorio, ma a differenza dei primi, con la natura ora si convive in pace.
Il nostro passaggio si sente. Si vede. Le orme degli stivali e degli scarponi pesanti. Quelle restano per un po’ impresse nella neve. Si alternano due situazioni opposte dentro di me. La prima pensa a cosa c’è stato qui, dove ora le mie orme sono passate; la seconda riflette su l’oggi. E se per quel prima ho un’avversione che non sto a descrivervi, per quest’oggi ho la paura di un possibile ritorno al passato. Si parla di memoria, potrei dirvi le mie sensazioni, ma sono personali e mie. Posso dirvi “venite ad Auschwitz”, ne vale la pena. Costruiamoci una memoria, per ricordare, ma soprattutto per oggi. La seconda riflessione è aperta. E’ cominciata. E credo che continuerà, perché quello che ho visto oggi, le sensazioni, le riflessioni sull’assurdità di quella storia, di questa orrenda strage e pagina della nostra storia, sono le stesse situazioni, le stesse riflessioni riguardanti le assurdità di quello che sta accadendo oggi nel mondo. E’ facile commemorare e ricordare, è altrettanto facile parlare e dimenticare.
Filippo Bonadiman
Venerdì a mezzogiorno siamo arrivati a Cracovia, abbiamo sistemato i nostri bagagli in ostello e fatto un giro in centro. In sé una giornata qualunque, senza pensieri, la mente doveva essere sgombrata per cercare di capire cosa avrei visto il giorno dopo.
Sabato siamo stati ad Auschwitz. Potrei fermarmi qui, per convenienza, per stanchezza, per malavoglia, ma continuo. Controllo cosa indosso: Calzamaglia, pantaloni pesanti, calze di spugna, scarpe da neve, maglietta e maglione; piumino, guanti e cappello, appena si mette piede dentro il campo un freddo pungente reso ironico dal sole pallido mi fa pensare al prigioniero che sopravviveva con solo una camiciola di cotone e dei tremendi zoccoli di legno. La luce del sole sulla neve dona al campo una lucentezza da luogo sospeso, non irreale ma lontano, le baracche uguali, i locali uguali, la disposizione dei letti e dei giacigli identica, penso che qui la negazione dell’uomo iniziava sopratutto dalla negazione dell’immaginazione e della fantasia. Una destrutturazione della personalità graduale, prima la mente poi il corpo poi tutto insieme con una progressione scandita dagli improperi in tedesco e dalle fredde traduzioni degli interpreti. Se si vede l’Europa dagli Urali, la Polonia è il suo centro, ed è proprio in questo centro che la distruzione umana ha avuto la sua espressione migliore, ed è ancora più folle credere che l’Europa possa essersi ricomprata una verginità psicologica, certo che ai deportati importava assai poco quello che sarebbe successo di lì a qualche anno. Credo che queste persone vivano alla giornata, però non secondo il “carpe diem” di Orazio ma era un vivere nella inconscia consapevolezza che in un’ora, in un giorno o in un mese qualsiasi si poteva dire addio ad un mondo che ormai non era tale per coloro che dopo un processo di depersonalizzazione avevano poco di umanità. Mentre vado via da Birkenau guardo a destra e a sinistra, il campo è tremendamente immenso e il pensiero va in maniera uguale a un gulag in Siberia, a un Killing Field cambogiano e a un nuovo gulag, questa volta in Corea del Nord. Spesso agli Europei nati dal 1945 in poi si ricorda che sono fortunati ad essere nati in un continente senza dittature, però non sono soddisfatto né di come si sia arrivati né di come stiamo maltrattando la democrazia né tanto meno dei rapporti con paesi in cui la democrazia non è nemmeno una parola.
Fabio Zacà

I Diari di Sanbaradio

giovedì, febbraio 4th, 2010

Alla partenza i ragazzi entusiasti e felici, ma ben consci di quello che si va a fare. In stazione si affaccendano a sistemare bagagli e zaini, fumano qualche sigaretta, danno gli ultimi abbracci e gli ultimi baci, la musica di sottofondo potrebbe tranquillamente essere uno Swing di Reinhardt, con il fumo delle locomotive a vapore sullo sfondo.
Quando saliamo sul treno c’è molta agitazione, dubbi sull’efficienza del riscaldamento, un’enorme traffico di valige e borse, urla e domande sulle “stanze”. Aspetto che Filippo e Veronica, i miei compagni di viaggio, sistemino le loro valige, io sistemo le mie e siamo pronti per partire. Arrivano altri ragazzi che si accomodano insieme a noi. Ormai siamo pronti, ci aspettano venti ore di viaggio. Penso allo scopo di questa iniziativa, cioè far conoscere come Auschwitz sia il simbolo della negazione della stessa concezione di uomo o essere vivente, di averlo reso solo un insieme di carne e reazioni biochimiche. Questo però non è il motivo ufficiale, è il mio, ed è quello che voglio capire io. Infatti voglio capire come, attraverso la burocrazia e la razionale applicazione di regole, sia possibile rendere una persona un semplice mucchio d’ossa. Non è la prima volta che visito un campo di concentramento, anche se Auschwitz era anche un campo di sterminio, aver visitato Dachau qualche anno fa, vi si poteva cogliere l’essenza razionalmente disumana di quel posto. A parte le infrastrutture, è difficile immaginare come fosse la vita in questi luoghi. I filmati, le foto e le testimonianze aiutano molto. Quello che conta però è quello che riesco a capire io. E spero di capirne il più possibile.
Fabio Zacà

Parte normale, tranquilla, come tutte le giornate fino ad ora. In più c’è solo una valigia contenente vestiti, una borsa per il cibo e una che conterrà i miei ricordi, le mie memorie, le emozioni e le sensazioni che proverò. Ora è vuota, in attesa, come me. Aspetto di salire sul treno che ci porterà a Cracovia. E nell’attesa mi guardo attorno e vedo volti. Volti dei miei due compagni di viaggio e di tutti quelli che ci stanno accompagnando. Una cosa che mi chiedo è: ma quanti siamo? Non me ne rendo conto, anche se so che siamo tanti. L’ho capito durante l’appello, quando ci si riuniva tutti. La ressa attorno al tavolino, la consegna di un cartellino nominale per ciascuno. E poi l’ondata che ha invaso le strade scortata dalla polizia. Tutti in direzione stazione. Alle finestre le vecchiette. Penseranno alla solita manifestazione, immagino io. In strada le macchine con guidatori in ritardo per chissà quali destinazione che suonano. Anche loro ci credono manifestanti con delle valigie appresso? Pensieri.
Finalmente siamo partiti e sul treno fiorisce la vita. Germoglia veloce e prevedile. Se si gira per le cabine trovi di tutto, e a volte di più. Dai ragazzi che riposano a quelli che giocano a carte, giochi in scatola o che risolvono cruciverba; da chi riposa a chi suona allegro una chitarra; le voci canterine delle ragazzine in vero “karaoke style” invadono le cabine che da sei massimo arrivano ad ospitare diciotto persone. Sono le voci del treno, di un treno che ha voglia di divertirsi, ora, e di fare gruppo, le prime memorie, i primi ricordi. Se prosegui nelle prime cabine trovi i figli della resistenza, testimoni della ricostruzione dell’Italia e di quell’ideale ancora vivo nella nostra costituzione, quello di libertà e rispetto di tutti. Parlano volentieri. Altre voci.
Alla fine cala il sole. La frenesia giovanile prosegue, com’è giusto sia, imperterrita. Canti popolari si alternano a grida festose e un cielo stellato ora ci sta guidando verso Cracovia. Era partito normale questo giorno. In poco tempo è già mutato. E sotto quel cielo ci culla, mentre piano piano il silenzio invade il treno. Mi piace questa mutazione.
Filippo Bonadiman

Non si respirava la classica “aria di gita”, stamattina in stazione. Certo, c’erano eccitazione, aspettativa, emozione, curiosità… ma anche consapevolezza, interesse, attenzione. Da Trento siamo partiti in quattrocento e a noi si sono uniti altri trecento ragazzi di Verona e Udine. Il clima sul treno è di grande festa: chitarre, voci, carte, pastelli colorati. E al contempo, se chiedi a qualcuno di loro di fermarsi per una piccola intervista, eccoli subito pronti a spiegare cosa gli ha fatto scegliere di intraprendere questo viaggio, cosa si aspettano, cosa li spaventa. Non che io abbia mai dubitato dell’interesse e dell’intelligenza di noi giovani (su questo treno per la maggior parte studente delle superiori), ma averne davanti agli occhi settecento conferme non è male! Venti ore di viaggio per arrivare a Cracovia, tutto il tempo necessario per conoscersi, divertirsi, riposare, lavorare anche un po’… Abbiamo raccolto le voci dei figli dei partigiani, delle educatrici che curano questo progetto, dei ragazzi che partecipano. Sanbaradio non scherza! Vogliamo documentare tutto!
Non sono mai stata a Cracovia e nemmeno ho mai visitato un campo di concentramento. Se provo a pensare cosa potrò provare camminando in quei luoghi dell’orrore, proprio non riesco ad immaginarlo… Ne sarò sconvolta? Mi aiutare a capire? Riuscirò a sentire la paura e il rifiuto sulla mia pelle? O una tale disumanità non è concepibile se non vivendola in prima persona? Sarò ad Auschwitz sabato e avrò le risposte. Per ora il viaggio prosegue. Nella cabina a fianco continua la musica, nell’altra le luci sono già spente, poco più avanti ridono a crepapelle… Però che sonnolenza questo treno… Forse mi metto poco poco sotto la coperta… Faccio un po’ di parole crociate…
Veronica Weiss