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Diari in ritardo_part two

lunedì, ottobre 11th, 2010

Auschwitz. Il famoso cancello, la famosa scritta, il famoso freddo. Si considera Auschwitz quasi come un concetto astratto, lontano. Quasi come un agglomerato di nozioni che si danno per scontate. Esserci dentro, toccare quei mattoni, è reale. Non è scontato. Non è lontano. Lì, dove il freddo non è solo una sensazione fisica, è soprattutto uno stato mentale. Li, dove si percepisce chiaramente la scrupolosità perversa con cui sono stati costruiti i blocchi, mattone dopo mattone, struttura dopo struttura. Luoghi di morte, luoghi di disumanità.

Entrarci, esserci, è stato forse l’impatto più violento che ho avuto con la realtà. Camminare sulla stessa terra su cui hanno camminato milioni di donne, bambini, uomini a cui è stata tolta la dignità, il diritto alla vita. Ed essere consapevole che se è accaduto, può riaccadere. E il senso del conoscere a volte ti pugnala.

Ho vissuto il momento più intenso del percorso perdendomi nei corridoi di uno dei blocchi, osservando le fotografie delle persone deportate nel campo durante gli anni nazisti. I loro volti venivano immortalati, i loro dati anagrafici venivano registrati accuratamente, per ognuno di loro veniva fatta una scheda. Mentre passeggi per quei corridoi, osservando quegli occhi spenti, le teste rasate delle donne e degli uomini, tutti con lo stesso camice, tutti con lo stesso destino, capisci. Capisci che Auschwitz non è un concetto astratto. Capisci che non si tratta di numeri di persone. Non sono i milioni di vittime. Sono le singole famiglie, le singole persone che avevano un normale lavoro, un passatempo, magari una fidanzata o un cane, che sono state fatte morire. Sono state private dei loro progetti futuri. Sono state private delle loro ambizioni, della loro libertà.

Camminando lentamente per quei corridoi, guardando le fotografie, leggendo qualche didascalia come “medico” o “impiegato” o “giunto al campo il 2 gennaio 1940, deceduto il 20 marzo 1940” a un certo punto mi sono fermata. Ho visto Hannah. Nonostante la fotografia fosse in bianco e nero si percepiva che i suoi occhi erano azzurri. Aveva una forza nello sguardo che travolgeva. Ho letto la sua didascalia, era morta il 9 aprile del 1943, ad Auschwitz. Ho scelto lei. Sono nata il 9 aprile del 1990. Non poteva essere una semplice coincidenza. Dovevo scegliere lei. Hannah mi ha accompagnata nel resto del percorso nel campo, il suo nome era scritto su una fascetta che portavo al polso, e che poi ho conservato per tutto il viaggio.

Auschwitz è stato per me un passo. Mi ha fatto elaborare una nuova ottica sugli eventi. Il suo significato instrinseco mi ha portata a cogliere una nuova chiave di lettura. Mi ha portata a desiderare di costruire uno stile di vita che escluda la noncuranza, che elimini il “preferisco non sapere”. Perché ignorando, sguazzando nella disinformazione, si lascia libertà di azione a chi ci inganna, ci aggira. Gli si lascia il potere, e l’eventualità del male ha tutto lo spazio per crescere e insediarsi irrimediabilmente in una società che è già ammalata.

Silvia Bolner

LA ZONA GRIGIA
Non si può comprendere gli anni delle persecuzioni nazi-fasciste attraverso un sistema bipolare, dividendo quindi la realtà tra vittime e carnefici ma bisogna invece considerare anche una terza categoria, la più numerosa e quella che ha giocato un ruolo drammaticamente importante e determinante durante gli anni più buii del secolo scorso.
Questa parte di società che è rimasta indifferente ai crimini nazifascisti, che ha scelto di voltare la testa dall’altra parte per non vedere quel che stava accadendo attorno a loro e di cui loro stessi erano corresponsabili è stata definita con il termine di “Zona Grigia”.
Zona grigia (termine tratto da uno degli scritti di Primo Levi) rappresenta perciò quell’area tra legale e illegale, una terra di nessuno, grigia poiché è difficile vedere quel che effettivamente ci avviene dentro. Zona grigia è complicità passiva che equivale a dire si al nazismo, è negazione della responsabilità della società civile.
E’ necessario comprendere che la Zona Grigia non riguarda esclusivamente un determinato periodo storico ma bensì continua a sussistere tutt’oggi e che essa diventa tanto più pericolosa quanto è più estesa
Anche al giorno d’oggi è facile non rendersi conto di quanto ci circondi, voltare la testa dall’altra parte, non soffermarsi sulle situazioni che quotidianamente portano alla negazione dei diritti e della dignità umana, non essere responsabili del proprio rapporto con la storia.
Abbiamo compreso la necessità di uscire da questa zona grigia attraverso quelle piccole virtù quotidiane che fanno la differenza e che hanno sempre opposto e oppongono tutt’ora la resistenza più robusta contro “il male”.

Matteo Bolner

Diari in ritardo

lunedì, ottobre 11th, 2010

Grazie alla partecipazione del Treno della Memoria a Educa 2010 alcuni ragazzi hanno riaperto diari invernali e ne è uscito qualche commento che prima non avevano pensato di pubblicare. Ora lo fanno volentieri. Grazie a loro che hanno deciso di regalarci i pensieri. Grazie a voi che vi prenderete il tempo per leggerli.

“Ormai noi siamo in qualche modo preparati: film, documentari, libri, foto, ci hanno fatto esplorare e conoscere i luoghi e i fatti prima ancora di vederli concretamente, e questo facilita un atteggiamento distaccato. Poi nei campi ci si sposta in massa, è difficile mantenere a lungo un po’ di solennità. Ci sono anche le resistenze della tua psiche che si rifiuta di credere e concepire pensieri malsani, dopo il primissimo impatto tutto ti sembra irreale, è come se dentro di te ti dicessi “Non è vero, non è vero” e ti sembra quasi di essere in un sogno o in un film anziché nella vita reale, e quindi hai l’impressione che tutto ti scivoli addosso anziché entrarti dentro.

Però basta fermarsi un po’ e isolarsi dal caos circostante, in poco tempo e con poca fatica si cominciano a intravvedere barlumi di comprensione, o meglio incomprensione…

[...]

Faceva freddo, ma a un certo punto ero quasi contenta di sentirlo, era così profondamente ingiusto che io avessi molti strati di abiti e loro avevano solo un pigiama, che io solo a pranzo avessi mangiato quanto loro mangiavano in quattro giorni, loro che non avevano fatto niente di male.

[...]

È ora di mettere da parte tutte le pare assurde del “non sono capace”, qui ciascuno deve fare qualcosa come può, portare la propria goccia nel mare, anche se imperfetta.

Certo che questa esperienza buca la coscienza, certo che è un pungolo. Io non posso ignorare queste cose. [...] Certo non è colpa nostra se il mondo è / è stato orribile, crudele, atroce, ma questo è quanto abbiamo, è quanto ci è stato lasciato, e dovremmo cercare di sfruttare, di usare questa eredità, anziché nasconderci dietro le parole “Non è colpa mia”, “Io non c’entro” e di usarle come scusa… Non è vero che “non si c’entra”, io c’entro sempre, c’entro anche e soprattutto quando decido di non fare nulla, per pigrizia ignoranza o scelta deliberata.

Di fronte a certe cose paure e insicurezze dovrebbero passare in secondo piano”.

Elena Malfatti

Educa2010

domenica, settembre 26th, 2010

ieri ho visto lo spettacolo dei ragazzi di cascina caccia, mi hanno lasciata a bocca aperta, mi hanno fatto stringere un nodo alla gola, sono stati proprio fantastici e…guardandomi intorno mentre recitavano ho visto tanta gente, tanta gente con gli occhi spalancati, con la bocca aperta e così un sorriso mi ha accarezzato le labbra. volevo ringraziare tutti, anche la splendida regista.

so che non si fa, ma ho ascoltato i discorsi delle persone  dopo lo spettacolo, e mi dispiace che non li abbiano fatti a voce alta, davanti a tutti, perchè erano davvero entusiasti di ciò che hanno visto e sarebbe stato bello se ogni attore avesse ricevuto i complimenti di ogni persona che ha visto lo spettacolo.

PrestarVisi alla storia perché non si ripeta, almeno nella parte del più infame cannibalismo.

martedì, marzo 16th, 2010

Il treno è partito pieno di buone intenzioni. Tanti propositi sono sen’altro presenti nelle centinaia di giovani che lo riempiono, che si confronteranno sul terreno della tragedia e delle emozioni che essa suscita(lo spero)quando i loro piedi calpesteranno quella terra intrisa di sangue e sudore, dove anche l’aria che si respira sa di morte. Ma, un dubbio sempre mi assale: là, nel momento del pianto e dell’esecrazione, potrà nascere la speranza per l’avvenire che ciò che “è stato non sarà”? O il sacrificio di milioni di esseri umani sarà stato ancora una volta inutile, disperso come le ceneri?
Sia sì o sia no la risposta è purtroppo “nel vento”, nel difficile cammino della consapevolezza e della coscienza di ognuno che si conquista nello sforzo quotidiano di crescere conoscenza e confronto, partecipando al comune destino.
Dirò di più: perché qualcosa cambi, perché non si ripeta bisogna che un sistema mondo cambi, una classe politica cambi, uno stile di vita cambi. Che il dolore degli altri – vicino o lontano – si faccia proprio, provochi ferite, lacerazioni nella carne a tal punto che quando altre offese saranno possibili e altro sangue si spargerà, l’uomo insorgerà.
antonio

Appunti di viaggio

martedì, marzo 16th, 2010

Dopo essere stato nel luogo simbolo dell’orrore nazista – Auschwitz – il ritorno a Trento, non è solo un ritorno.

Non si esce vivi dal campo, vivi intendo moralmente, se non si piange lacrime di vergogna che sciolgono la neve che copiosa copre la terra pregna di ceneri ancora vive.Non esiste sofferenza che si avvicini a quell’insopportabile crocifissione dei corpi, a quell’annullamento della dignità perpetrato con inaudita ferocia, che resiste nel tempo sui muri immobili e neri dei crematori.
Delle bellissime foto ci mostrano che erano vivi, avevano anni felici davanti, famiglie intere, giovani e bambini, donne e bambine, vecchi….erano vivi e non avevano colpa alcuna e sono morti di stenti, percossi, annientati , gassati, per diversa provenienza, diversa lingua, diverso odore della pelle.
Bisogna venirci per vedere quanto pesa la tua colpa di essere nato piu tardi e se questo ci è stato raccontato o è veramente accaduto.
E non si esce come prima dopo aver calpestato quel suolo sacro di immenso dolore, di copiosa sofferenza, di inesprimibile ferocia umana; solo camminare curvi con quel peso insopportabile – da quella parte di mondo che ha la pretesa di “insegnare” a vivere all’altra parte – e una domanda ossessiva di colpa: come è stato possibile?
Con l’angoscia del baratro che si può riaprire, in altri luoghi, con altre mani e… altri occhi stenteranno a vedere e altri corpi copriranno di cenere questa terra.
Antonio Marchi

I Diari di Sanbaradio

venerdì, marzo 12th, 2010

Ogni gruppo si apparta all’interno di un’aula. A cerchio si attende solo l’inizio di questo ritrovo. E al centro di questo cerchio ci sono le aspettative della partenza, le paure e tante parole appese su qualche post-it. Di nuovo su quei colorati foglietti adesivi a ognuno di noi tocca scrivere una parola. La mia è rabbia. Perché questa parola forte è scaturita sopra tutte e con prepotenza quando sentivo le storie narrate dalla nostra guida in quei luoghi di sterminio. E ora che sono tornato mi accorgo di averla portata con me.
E’ una rabbia particolare, più da impotenza di ribelarsi contro tutto quello che è successo e rabbia verso una cosa così assurda.
Oggi non ho parlato. Ho solo ascoltato ed elaborato i miei pensieri. Ascoltando tutto quello che è saltato fuori nella discussione. I ragazzi sempre a cerchio erano attivissimi. Parlavano ed esponevano le loro idee, le loro sensazioni, paure e aspettative provate durante la visita in quei luoghi dell’orrore. Il discorso poi si è evoluto e si è posto su un piano più alto, arrivando alla domanda e noi oggi cosa possiamo fare?
Subito ho sentito che la mia rabbia in questo scenario può trovare finalmente uno sfogo, un possibile tentativo di ribellarsi e dire no. Perché ora posso trasformare quel senso di impotenza verso quelle vicende in consapevolezza di poter dire la mia e fare qualcosa ora, nelle vicende che in diverse sfaccettature compaiono anche oggi.
Non scorderò mai le parole di Robert Kennedy, fratello di J.F.K., pronunciate in un viaggio in Sud Africa. Si rivolgeva ai giovani e così li incitava dicendo che nella vita pochi avranno la grandezza necessaria a piegare la storia ma ciascuno di noi può operare per modificare una minuscola parte del corso degli eventi e tutte queste azioni formeranno la storia di questa generazione (dal discorso a Città del Capo, 6 giugno 1966). Ed è questo che possiamo e dobbiamo fare. Il trovarsi a parlare, come facciamo in queste occasioni, il discutere, mantenere viva una memoria e soprattutto impegnarci ora nel reale attraverso questi incontri. Dobbiamo impegnarci e far sì che queste occasioni di ritrovo possano portare a creare una coscienza, un pensiero che per piccolo che sia esiste e ha una sua vita propria. Perché è in uno stato autoritario che esiste solo un’idea, una consapevolezza e uno stesso destino. In questi stati di regime si fanno morire le diversità ideologiche e idem oggi, se ci affidiamo alle mode, alle ideologie presenti che ogni giorno sempre più deviano dalla retta via di un paese libero e rispettoso verso tutti, se non guardiamo con occhio critico a tutto quello che ci sta attorno, allora facciamo lo stesso errore che è stato fatto in passato. Quello di accettare che le cose vadano così. Bisogna creare un’alternativa al pensiero, o comunque prenderne coscienza e capire che bisogna cambiare, che si può cambiare se lo vogliamo. Bisogna portare avanti un’ideologia diversa e allora lì può realmente nascere il cambiamento. Penso in merito a questo a tutti i gruppi di discussione e i movimenti giovanili, e non, che si creano per gridare forte il proprio sdegno verso la mafia, che mettono la faccia e fanno sentire la propria voce, quelli sono un esempio di una coscienza diversa che si crea e che contrasta fortemente lo stato di soggiogazione in cui a volte è costretta la nostra società portando avanti una coscienza e un’idea di legalità.
Oggi possiamo questo. Parlare e ricordare, per costruirci noi un’idea, una coscienza che esisterà sempre nella società e che sarà un’alternativa e un grido in più contro tutti i possibili sopprusi che possono tornare. Essere sempre vigili e tenere stretta la voglia di essere liberi, noi e quelli vicino a noi. Noi possiamo essere l’alternativa con la nostra coscienza per le nuove generazioni. Noi possiamo essere la seconda scelta, quella per cui le persone potranno dire ehi, non c’è un sistema mafioso che controlla tutto, ma ci sono anche persone che guardano alla società con un occhio liberale e legale. Così si può contrastare la mafia oggi e tutte le atrocità che si compiono nel mondo.
E alla fine resterà un’impronta su un lenzuolo. Un piccolo passo per dire che anche noi ci siamo.

Filippo Bonadiman
Incontro al Liceo Scientifico Leonardo Da Vinci di sabato 27 febbraio 2010

Perchè tutto era cominciato per colpa di un ebreo…

venerdì, febbraio 26th, 2010

Quando apprese la notizia della deportazione della sua famiglia [...] dovette chiedersi “perchè, Adonai?” [...] Dopo dieci giorni, il 7 novembre (1938) [...] Si procurò un’arma. Doveva uccidere. Doveva sfogare la sua disperazione. Attraversò Parigi all’alva e si sistemò davanti all’edificio che ospitava la delegazione tedesca.

[...] Tirò fuori la pistola. La mano non tremava. Sparò. L’uomo crollò a terra, colpito in pieno petto. Si chiamava Erns von Rath. Ricopriva l’incarico di terzo segretario. Ma Herschel lo seppe solo dopo, una volta arrestato e ammanettato.

Alla notizia dell’accaduto, la risata di Goebbles risuonò fino alla porta di Brandeburgo. Ora aveva un pretesto: finalmente avrebbe potuto condurre un’operazione in grande stile contro quei giudei che appestavano l’atmosfera ariana. Così cominciò la Notte dei cristalli.

 

Tratto dal libro di Gilbert Sinouè “Una nave per l’inferno”

la notte dei cristalli – 09 novembre 1938

venerdì, febbraio 26th, 2010

[...] avevano rotto un bicchiere, come richiede la tradizione, in ricordo della distruzione del Tempio. Ora le vetrine infrante erano il segno che un nuovo esilio stava per cominciare.

 

tratto dal libro “Una nave per l’inferno” di Gilbert Sinouè

Flash back…Rassegna stampa, 8 febbraio

martedì, febbraio 23rd, 2010

Dopo quattro giorni, eccoci giunti al termine, se così si può chiamare, di questa esperienza a Cracovia.

Non usiamo la parola “termine” con sicurezza, poiché di un finale vero e proprio speriamo non dover parlare.

Per molti di noi ragazzi infatti, sarebbe decisamente più indicato fare di questo percorso un buon inizio, per meglio porsi nei confronti della vita e delle responsabilità ad essa correlate, in un futuro prossimo.

Auschwitz, Birkenau, nonostante ormai dormienti, sono testimoni di tanti altri terribili luoghi di vergogna che esistono e purtroppo operano tutt’ora, per i quali spesso non si odono grida d’opposizione. Grida soffocate dall’indifferenza che abbiamo chiamato Zona Grigia.

Proprio su questo tema ruota quest’ultima giornata di riflessione e confronto, che ci ha riuniti tutti insieme in assemblea, sintesi del lavoro svolto fin ora.

Molte voci si sono consultate ed espresse riguardo ciò che significhi esattamente questo termine, da dove avesse origine, ma soprattutto, come trovare il metodo di uscirne.

Questa zona, interstizio tra opposti poli, è quella in cui per paura o interesse spesso ci si rifugia.

Fingendo di non vedere si è nel grigio.

Stringendosi nelle spalle si è nel grigio.

Restando immobili si è nel grigio e questa tonalità dilagante è il ruscello nel quale sguazzano persone che sanno cavalcare le onde, che godono dell’omertà silenziosa del qualunquismo, che fondano il loro personale culto sui capi piegati degli ignavi discepoli.

E quindi che fare per uscire da questo mare?

Sembra che la parola più consona sia rischiare, dimenticarsi della pavidità, osare, provare a forzare gli enormi ingranaggi intoppati della società, anche correndo il rischio di rimanere sconfitti, schiacciati dal movimento inverso.

Uniti, decisi e consapevoli che qualcosa si può ancora fare.

Perché forse non è noto a tutti, ma il grigio, per sua proprietà tende a cambiare sfumatura se posto vicino a un altro colore e di conseguenza, saremo noi a dipingerci di mille pigmenti, finche anche l’ultimo grigio muti in una nuova tonalità meno vaga.

Spesso il mondo adulto sostiene che noi ragazzi sognamo troppo e siamo vittime di utopie irrealizzabili.

Ma piuttosto che la pacata disillusione di chi, per eccessiva maturità o comodità, ha persino rinunciato a guardarsi attorno con un pizzico di fantasia e intraprendenza, meglio avere un sogno stupendo, anche con il triste presagio di una disillusa alba che potrà coglierci sul cammino.

Sperando in un mondo migliore.

Luca e Martina

Trentino 8 febbraio

Flash back…Rassegna stampa, 7 febbraio

martedì, febbraio 23rd, 2010

Eccoci nuovamente al computer, improvvisandoci giornalisti per qualche minuto ancora…

Non risulta affatto semplice scrivere a proposito di oggi dopo un’intensa giornata, come quella trascorsa ieri.

Sull’interminabile strada da noi calpestata, che dal cuore spento di Birkenau, dilungava fino all’entrata, abbiamo lasciato e abbiamo acquistato sensazioni che hanno in parte offuscato le nostre attività di oggi.

Aleggiano ancora nelle coscienze, i nomi dei deportati, che attraverso le nostre voci, si sono divincolati dal guscio numerico e impersonale che gli era stato tatuato su arti e cuori.

“Io ti ricordo” “Io ti ricorderò sempre” è la formula attraverso cui l’alchimia prende atto, e mentre la voce commossa pronunzia ogni sillaba di questo sconosciuto nome, questo stesso rinasce nella mente come un uomo in carne ed ossa.

Ieri abbiamo recitato per un attimo la parte di dio.

Ieri abbiamo resuscitato un’anima perduta, dall’oblio di un numero che ne aveva divorato il viso, il ricordo, le tracce.

Ieri abbiamo recitato per un attimo un copione che spesso resta chiuso in un cassetto qualsiasi della coscienza.

Fiammelle, piccole fiammelle si accendono, esili nel fronteggiare il vento che tosto le sferza e le spegne.

Ma che importa? Ci auguriamo solo che quella luce, duri poco più del tempo necessario ad accendere un altro piccolo bagliore all’interno di noi.

Luca

Trentino – 7 febbraio