I Diari di Sanbaradio

Ogni gruppo si apparta all’interno di un’aula. A cerchio si attende solo l’inizio di questo ritrovo. E al centro di questo cerchio ci sono le aspettative della partenza, le paure e tante parole appese su qualche post-it. Di nuovo su quei colorati foglietti adesivi a ognuno di noi tocca scrivere una parola. La mia è rabbia. Perché questa parola forte è scaturita sopra tutte e con prepotenza quando sentivo le storie narrate dalla nostra guida in quei luoghi di sterminio. E ora che sono tornato mi accorgo di averla portata con me.
E’ una rabbia particolare, più da impotenza di ribelarsi contro tutto quello che è successo e rabbia verso una cosa così assurda.
Oggi non ho parlato. Ho solo ascoltato ed elaborato i miei pensieri. Ascoltando tutto quello che è saltato fuori nella discussione. I ragazzi sempre a cerchio erano attivissimi. Parlavano ed esponevano le loro idee, le loro sensazioni, paure e aspettative provate durante la visita in quei luoghi dell’orrore. Il discorso poi si è evoluto e si è posto su un piano più alto, arrivando alla domanda e noi oggi cosa possiamo fare?
Subito ho sentito che la mia rabbia in questo scenario può trovare finalmente uno sfogo, un possibile tentativo di ribellarsi e dire no. Perché ora posso trasformare quel senso di impotenza verso quelle vicende in consapevolezza di poter dire la mia e fare qualcosa ora, nelle vicende che in diverse sfaccettature compaiono anche oggi.
Non scorderò mai le parole di Robert Kennedy, fratello di J.F.K., pronunciate in un viaggio in Sud Africa. Si rivolgeva ai giovani e così li incitava dicendo che nella vita pochi avranno la grandezza necessaria a piegare la storia ma ciascuno di noi può operare per modificare una minuscola parte del corso degli eventi e tutte queste azioni formeranno la storia di questa generazione (dal discorso a Città del Capo, 6 giugno 1966). Ed è questo che possiamo e dobbiamo fare. Il trovarsi a parlare, come facciamo in queste occasioni, il discutere, mantenere viva una memoria e soprattutto impegnarci ora nel reale attraverso questi incontri. Dobbiamo impegnarci e far sì che queste occasioni di ritrovo possano portare a creare una coscienza, un pensiero che per piccolo che sia esiste e ha una sua vita propria. Perché è in uno stato autoritario che esiste solo un’idea, una consapevolezza e uno stesso destino. In questi stati di regime si fanno morire le diversità ideologiche e idem oggi, se ci affidiamo alle mode, alle ideologie presenti che ogni giorno sempre più deviano dalla retta via di un paese libero e rispettoso verso tutti, se non guardiamo con occhio critico a tutto quello che ci sta attorno, allora facciamo lo stesso errore che è stato fatto in passato. Quello di accettare che le cose vadano così. Bisogna creare un’alternativa al pensiero, o comunque prenderne coscienza e capire che bisogna cambiare, che si può cambiare se lo vogliamo. Bisogna portare avanti un’ideologia diversa e allora lì può realmente nascere il cambiamento. Penso in merito a questo a tutti i gruppi di discussione e i movimenti giovanili, e non, che si creano per gridare forte il proprio sdegno verso la mafia, che mettono la faccia e fanno sentire la propria voce, quelli sono un esempio di una coscienza diversa che si crea e che contrasta fortemente lo stato di soggiogazione in cui a volte è costretta la nostra società portando avanti una coscienza e un’idea di legalità.
Oggi possiamo questo. Parlare e ricordare, per costruirci noi un’idea, una coscienza che esisterà sempre nella società e che sarà un’alternativa e un grido in più contro tutti i possibili sopprusi che possono tornare. Essere sempre vigili e tenere stretta la voglia di essere liberi, noi e quelli vicino a noi. Noi possiamo essere l’alternativa con la nostra coscienza per le nuove generazioni. Noi possiamo essere la seconda scelta, quella per cui le persone potranno dire ehi, non c’è un sistema mafioso che controlla tutto, ma ci sono anche persone che guardano alla società con un occhio liberale e legale. Così si può contrastare la mafia oggi e tutte le atrocità che si compiono nel mondo.
E alla fine resterà un’impronta su un lenzuolo. Un piccolo passo per dire che anche noi ci siamo.

Filippo Bonadiman
Incontro al Liceo Scientifico Leonardo Da Vinci di sabato 27 febbraio 2010

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