I Diari di Sanbaradio
lunedì, febbraio 8th, 2010Sfidando nuovamente il freddo di Cracovia, questo pomeriggio abbiamo visitato il ghetto ebraico ai margini della città. Camminando per le vie di quelle che è a tutti gli effetti un paese, si ha comunque la netta sensazione che nulla lì abbia mai vissuto una quotidianità “normale”. Gli ebrei sono stati schedati, contrassegnati e infine costretti a lasciare le proprie case, portando con sé poche indispensabili cose per trasferirsi qui. Alcune delle cose che la guida ci ha detto accompagnandoci nella visita, mi hanno colpito particolarmente. Ci ha raccontato del farmacista, l’unico tedesco rimasto a vivere con gli ebrei; del tram che passava nel bel mezzo del ghetto senza ovviamente fermarsi e dai cui finestrini ogni tanto qualcuno lanciava un pezzo di pane ai ragazzini ebrei che stavano immobili a fissarlo al suo passaggio; e il significato del monumento nella piazza: tante grandi sedie di ferro, simbolo degli oggetti che le famiglie costrette a trasferirsi nel ghetto portavano dalle loro case. Ci ha raccontato anche storie più cupe, come quella della notte in cui in mille morirono sotto i colpi di fucile delle SS. Gli ebrei a Cracovia prima dell’olocausto erano sessantamila, ne sopravvissero meno di quindicimila. Oggi la comunità ebraica, conta trecento persone. Pregano nella sinagoga della città ebraica, a poche centinaia di metri da quella che fu la loro prigione. Le emozioni di questo pomeriggio vanno ad aggiungersi a quelle degli scorsi giorni. Spero di avere un po’ di tempo per riflettere, ora.
Veronica Weiss
La gabbia è un oggetto, spesso di metallo o di legno limitante parzialmente o totalmente la libertà di animali in generale. Approssimativamente, questo poteva aver pensato un signore di mezza età mentre dal centro di una città veniva portato verso il quartiere residenziale, spregiativamente chiamato ghetto. La logica di un ghetto è semplice quanto efficace, mettere migliaia di persone in un luogo e gradualmente deportarle o ucciderle; uno stillicidio programmato. Tutto programmato, come la rasatura totale e la vendita dei capelli, come il bruciare le ceneri e la conseguente vendita della cenere agli agricoltori. E non credo che si siano fermati a questo, Chissà quanti burocrati o funzionari dietro la loro vezzosa marzialità di inflessibili tutori della legge hanno portato a termine trattative di compravendita di case lasciate dai prigionieri ebrei e dalle famiglie e quanti loro averi e beni sono stati confiscati e derubati. Certe volte credo che sia stata una operazione congiunta di furto con omicidio volontario.
Fabio Zacà
Cracovia è silente. E’ come un corpo che sopito conta le giornate che passano. E’ un corpo sano il suo, in forma, e la grande ferita che ha subito più di mezzo secolo fa, subendo il destino di tante altre città, ospitando in grembo la pazzia di un sistema fanatico e umanamente incomprensibile agli occhi nostri sembra rimarginata. Sembra che tutto funzioni. L’essenza vitale ha cominciato nuovamente a scorrere al suo interno. Lo vedi ovunque girando per la città: dai giovani che a gruppetti scherzano e ridono; alla coppia di innamorati che si bacia in mezzo alla piazza testimoniando il loro intimo sentimento; fino alla vecchina che vende dolci tipici polacchi sui cigli della strada e che sorridente li mette nelle mani della bambina incuriosita da tutto questo fragore.
Il ghetto non c’è più. Ha ripreso il suo vero nome, cancellando ciò che è una macchia assurda di un momento storico orribile. Ora è Cracovia. Resta un muro, una targa, le storie di una guida e il ricordo, la memoria di ciò che fu. Ma, ora, è Cracovia. Ed è bella come una principessa addormentata, come un pesco in fiore e come la sinfonia, lenta, di un violino. Cracovia ti culla. E se la guardi sorridente ha riscoperto che può sorridere. E lo fa bene.
Filippo Bonadiman