Il Giorno della Memoria

7 feb 2011 by susannacaldonazzi

Sto cercando qualcosa che non trovo, è dentro la mia stanza e lo so, pretende di essere scoperto ma è disperso in qualche luogo segreto. Rovisto, sposto e scavo tra il disordine cronico dove accatasto ogni cosa. Tintinnano barattoli, si aprono scatole, svolazzano cartoline e fogliacci. Il mal di risacca avvolge ogni cosa. Non riuscirò mai a ricordare dov’è. Gia ora comincio a scordarmi cos’è, tanto è che non lo vedo! Eppure dev’esserci un indizio, una piccola traccia sul pavimento, minuscola, che mi porti là, qualcosa sarà pur rimasto! Anche se, tra mille cianfrusaglie, lo troverò. Così rovisto ancora con la pretesa di ricordare il passato, imbattendomi in qualcosa di molto simile, seppur con sfumature leggermente diverse; dietro carta straccia di giornale e lo schermo del televisore, frugando bene scovo il presente. Ecco la prima prova del passato, esclamo guardando attraverso una lente non tanto piccola da non permettere a qualcun altro a me attorno di vederne attraverso. A qualche metro si stavano infatti sparando addosso piccoli soldatini di plastica, e stava succedendo proprio in quel momento, non era ancora passato, davanti ai miei occhi deflagravano minuscoli proiettili in gomma e grafite e si riempivano trincee di pastelli d’ogni colore, appuntiti dall’apposita squadra temperamatite. Incuriosito rimango a osservare. Dopo un poco, tra sbraiti e strepitii di fucili, ecco i soldatini gialli prevalere su quelli verdi, e con un’azione strategica magistrale assaltarli oltre il cavo scart catturandoli. Che noia, penso, gingillandomi con un vecchio dizionario dei film in mano, mentre i soldatini gialli impacchettano quelli verdi spedendoli a Giallonia per la raffinazione. Alla fine ero tremendamente stufo, uno spettacolo gia visto, parso così nuovo al principio. Mi era sembrata quasi..una Nuova Guerra..ma che c’è di nuovo nella guerra? Le armi? Il modo di uccidere un uomo? Gli scopi? Controllo sul dizionario e scopro così tanti film a proposito da farmi girare la testa, fino al punto in cui i pensieri confusi prendono ordine. Ecco, questo è un buon indizio per la ricerca, la guerra presente, il presente! Inizialmente intraprendo la pista errata: se adesso c’è guerra, sarà sicuramente perché è la prima: come ci si può scottare due volte allo stesso fuoco? Mi contraddice il dizionario: c’è chi ha memoria debole e chi finge di non avere memoria, e di scusa in scusa preme il pulsante “aprire il fuoco” tra lo stupore degli altri. L’indizio è vicino, la soluzione è vicina! Ecco perché voglio trovare il disperso. Esso è la chiave per capire ciò che mi circonda. Attraverso quel dizionario, ho scoperto tanto presente quanto passato, e sovrapponendoli alla finestra li trovo fin troppo simili purtroppo, nei loro contorni spessi orrore e sottili guadagno. Ho trovato il presente, ricordando il passato. Posso renderlo migliore di quello che è, come a conoscenza di un vecchio futuro. Come posso generare altra guerra, sapendo cosa significhi questo nome?

Luca Porcelluzzi

Pensieri dai campi di Auschwitz Birkenau…

7 feb 2011 by susannacaldonazzi

Der Tag in der Konzentrationslager war beeindruckend. Ich hatte diesen Tag mit gemischten Gefühlen gewartet. Es gab Momente in denen ich neue Fassungslosigkeit im Traurigkeit in mir fühlte, das werde ich mich vergessen und die Bilder werden noch langer in meinem Kopf bleiben.

-Marion  Valentin

Der Tag heute in Konzentrationslager war für mich eine neue Erfahrung, sehr lehreich und beeindruckend. Meine Kentnisse über die KZ’s konnte ich erweitern, Altes wurde bestätigt. Die Erfahrungen welche ich heute gemacht habe, werden mir noch lange in Erinnerung bleiben.

-Lisa Mitterrigger

E’ difficile esprimere a parole i sentimenti che si provano vedendo le cose di questi giorni. Finora le avevo lette o viste solo sui libri, ma solo vedendole dal vero si può realmente capire e comprendere.

-Matthias Kirchler

Diesen Tag in Auschwitz-Birkenau werde ich sicher nie vergessen und er wird mich noch lange beschäftigen. Warum können Menschen anderen, gleichwertigen Personen solch ein Leid zufügen? Eine Antwort werde auf diese Frage wohl nie finden…

-Marion Egger

Diesen Tag habe ich mit gemischten Gefühlen begonnen. Ich habe viel Neues gesehen und erfahren. Alles was ich gesehen habe, hat mich beeindruckt und in mir verschiedene Gefühle ausgelöst. Ich werde mich nicht diese Gedanken noch lange auseinandersetzen.

-Elisa Spechtenhauser

Hanna Minska: ein Name der mich ein Leben lang begleiten wird.

Momentan sind meine Gedanken noch zu konfus, aber irgendetwas hat sich verändert.

-Hanna Vettori

Wie kann ein Ort nur so schön sein und gleichzeitig so viel Leid enthatten?

-Alma Moroder

Ich weiß nicht was ich sagen soll. Am liebsten würde ich schreien und weinen zu gleich. Eine Frage wiederholt sich in meinem Kopf: Wozu?

-Natia

Un imponente doppio filo spinato, spazi immensi e il grande problema di non riuscire ad immaginare la situazione se non in piccoli ambiti. Tante, troppe scarpe da bambino, una ciocca di capelli biondi in mezzo a migliaia di altre ciocche più scure. Un grosso cancello di ferro dal quale la dignità non ha mai avuto il permesso di entrare.

Rotondi occhiali intercciati fra loro ceh una volta si appoggiavano su un volto, come il nostro. Anche il sole che diventa sempre più rosso nel cielo sereno sembra in contrasto con ciò che illumina.

-Francesca A.

Visita al ghetto

30 gen 2011 by sanbaradio

Oggi è stato il giorno della visita del ghetto di Cracovia,un piccolo quartiere che durante la Seconda Guerra Mondiale, con il suo muro, rinchiudeva più di 17000 ebrei, costretti a vivere in un mondo parallelo senza vie d’uscita. Di tutti loro, alla fine della guerra, non sarebbe rimasto altro che le fredde mura delle case svuotate.
Queste persone vennero addirittura private delle sedie: la più banale e scontata comodità di cui ognuno di noi usufruisce quotidianamente. Quelle stesse sedie, che durante gli sgomberi nazisti venivano gettate con brutale freddezza dalle finestre, oggi stanno a testimoniare nella Piazza principale del ghetto questa cruda verità.
Da quella stessa Piazza Tadeusz Pankiewicz, considerato “ariano”, non volle spostare la sua farmacia restando l’unico “non ebreo” all’interno del ghetto.
Una scelta non facile, che rappresenta quella forza di volontà di chi non accetta di omologarsi.

“Carrozza 8 Cuccetta 4″

28 gen 2011 by susannacaldonazzi

28/01/2011 ore 10.20

Tutta la marea di gente a Trento è stata un’esperienza nuovissima per noi della bassa Valsugana…sembrava di essere in una metropoli…l’incontro a Trento è stato interessante poiché ha incrementato ancora di più le nostre idee su quello che è accaduto tra il 1939 ed il 1935 e ciò che ci avrebbe aspettato. L’incontro formativo nelle nostre cuccette riguardante la propaganda ci ha aperto ancora di più gli occhi su quanto avesse influito questa sugli studenti…ed è per questo che con questa esperienza speriamo che la nostra mente non venga strumentalizzata e che questo episodio di omicidi non si ripeta in futuro…

P.S : Ieri sera è stata veramente una serata di condivisione, conoscenza, solidarietà ed allegria pura.

“Carrozza 8 Cuccetta 4”

Pikkola Peste, Brunella, Martina, Tota e Pen

Cosa Ricorderà La Vita

28 gen 2011 by susannacaldonazzi

Siamo a milioni qui, in questo vento gelido, accompagnati da un grande silenzio. Stiamo a guardare ciò che è rimasto degli altri e di noi..solo fumo e cenere.

Ad Auschwitz morti all’età di un uomo adulto, morti all’età di un bambino; un bambino che scuote le suo fragili ali per pulirle dalla cenere del cammino. Ci chiediamo quando la razza umana imparerà a sognare, ci chiediamo quando l’uomo imparerà a vivere. Chiediamo all’uomo di vivere senza le armi e chiediamo all’uomo di imparare a fare l’uomo.

Qui tra il gelido inverno, qui tra la neve, che cade lenta e delicata stiamo a guardare il fumo che sale, accompagnato da creature fragili e trasparenti che non si possono toccare, che non si possono vedere ma che si possono sentire. Tra le nostre ali c’è solo freddo e finalmente libertà, ma continuiamo ancora a chiederci cosa resterà di noi e del nostro silenzio.

Il ricordo è silenzio, il ricordo è lacrima, il ricordo siamo noi, il ricordo è vita.

Desi

Diari in ritardo_part two

11 ott 2010 by susannacaldonazzi

Auschwitz. Il famoso cancello, la famosa scritta, il famoso freddo. Si considera Auschwitz quasi come un concetto astratto, lontano. Quasi come un agglomerato di nozioni che si danno per scontate. Esserci dentro, toccare quei mattoni, è reale. Non è scontato. Non è lontano. Lì, dove il freddo non è solo una sensazione fisica, è soprattutto uno stato mentale. Li, dove si percepisce chiaramente la scrupolosità perversa con cui sono stati costruiti i blocchi, mattone dopo mattone, struttura dopo struttura. Luoghi di morte, luoghi di disumanità.

Entrarci, esserci, è stato forse l’impatto più violento che ho avuto con la realtà. Camminare sulla stessa terra su cui hanno camminato milioni di donne, bambini, uomini a cui è stata tolta la dignità, il diritto alla vita. Ed essere consapevole che se è accaduto, può riaccadere. E il senso del conoscere a volte ti pugnala.

Ho vissuto il momento più intenso del percorso perdendomi nei corridoi di uno dei blocchi, osservando le fotografie delle persone deportate nel campo durante gli anni nazisti. I loro volti venivano immortalati, i loro dati anagrafici venivano registrati accuratamente, per ognuno di loro veniva fatta una scheda. Mentre passeggi per quei corridoi, osservando quegli occhi spenti, le teste rasate delle donne e degli uomini, tutti con lo stesso camice, tutti con lo stesso destino, capisci. Capisci che Auschwitz non è un concetto astratto. Capisci che non si tratta di numeri di persone. Non sono i milioni di vittime. Sono le singole famiglie, le singole persone che avevano un normale lavoro, un passatempo, magari una fidanzata o un cane, che sono state fatte morire. Sono state private dei loro progetti futuri. Sono state private delle loro ambizioni, della loro libertà.

Camminando lentamente per quei corridoi, guardando le fotografie, leggendo qualche didascalia come “medico” o “impiegato” o “giunto al campo il 2 gennaio 1940, deceduto il 20 marzo 1940” a un certo punto mi sono fermata. Ho visto Hannah. Nonostante la fotografia fosse in bianco e nero si percepiva che i suoi occhi erano azzurri. Aveva una forza nello sguardo che travolgeva. Ho letto la sua didascalia, era morta il 9 aprile del 1943, ad Auschwitz. Ho scelto lei. Sono nata il 9 aprile del 1990. Non poteva essere una semplice coincidenza. Dovevo scegliere lei. Hannah mi ha accompagnata nel resto del percorso nel campo, il suo nome era scritto su una fascetta che portavo al polso, e che poi ho conservato per tutto il viaggio.

Auschwitz è stato per me un passo. Mi ha fatto elaborare una nuova ottica sugli eventi. Il suo significato instrinseco mi ha portata a cogliere una nuova chiave di lettura. Mi ha portata a desiderare di costruire uno stile di vita che escluda la noncuranza, che elimini il “preferisco non sapere”. Perché ignorando, sguazzando nella disinformazione, si lascia libertà di azione a chi ci inganna, ci aggira. Gli si lascia il potere, e l’eventualità del male ha tutto lo spazio per crescere e insediarsi irrimediabilmente in una società che è già ammalata.

Silvia Bolner

LA ZONA GRIGIA
Non si può comprendere gli anni delle persecuzioni nazi-fasciste attraverso un sistema bipolare, dividendo quindi la realtà tra vittime e carnefici ma bisogna invece considerare anche una terza categoria, la più numerosa e quella che ha giocato un ruolo drammaticamente importante e determinante durante gli anni più buii del secolo scorso.
Questa parte di società che è rimasta indifferente ai crimini nazifascisti, che ha scelto di voltare la testa dall’altra parte per non vedere quel che stava accadendo attorno a loro e di cui loro stessi erano corresponsabili è stata definita con il termine di “Zona Grigia”.
Zona grigia (termine tratto da uno degli scritti di Primo Levi) rappresenta perciò quell’area tra legale e illegale, una terra di nessuno, grigia poiché è difficile vedere quel che effettivamente ci avviene dentro. Zona grigia è complicità passiva che equivale a dire si al nazismo, è negazione della responsabilità della società civile.
E’ necessario comprendere che la Zona Grigia non riguarda esclusivamente un determinato periodo storico ma bensì continua a sussistere tutt’oggi e che essa diventa tanto più pericolosa quanto è più estesa
Anche al giorno d’oggi è facile non rendersi conto di quanto ci circondi, voltare la testa dall’altra parte, non soffermarsi sulle situazioni che quotidianamente portano alla negazione dei diritti e della dignità umana, non essere responsabili del proprio rapporto con la storia.
Abbiamo compreso la necessità di uscire da questa zona grigia attraverso quelle piccole virtù quotidiane che fanno la differenza e che hanno sempre opposto e oppongono tutt’ora la resistenza più robusta contro “il male”.

Matteo Bolner

Diari in ritardo

11 ott 2010 by susannacaldonazzi

Grazie alla partecipazione del Treno della Memoria a Educa 2010 alcuni ragazzi hanno riaperto diari invernali e ne è uscito qualche commento che prima non avevano pensato di pubblicare. Ora lo fanno volentieri. Grazie a loro che hanno deciso di regalarci i pensieri. Grazie a voi che vi prenderete il tempo per leggerli.

“Ormai noi siamo in qualche modo preparati: film, documentari, libri, foto, ci hanno fatto esplorare e conoscere i luoghi e i fatti prima ancora di vederli concretamente, e questo facilita un atteggiamento distaccato. Poi nei campi ci si sposta in massa, è difficile mantenere a lungo un po’ di solennità. Ci sono anche le resistenze della tua psiche che si rifiuta di credere e concepire pensieri malsani, dopo il primissimo impatto tutto ti sembra irreale, è come se dentro di te ti dicessi “Non è vero, non è vero” e ti sembra quasi di essere in un sogno o in un film anziché nella vita reale, e quindi hai l’impressione che tutto ti scivoli addosso anziché entrarti dentro.

Però basta fermarsi un po’ e isolarsi dal caos circostante, in poco tempo e con poca fatica si cominciano a intravvedere barlumi di comprensione, o meglio incomprensione…

[...]

Faceva freddo, ma a un certo punto ero quasi contenta di sentirlo, era così profondamente ingiusto che io avessi molti strati di abiti e loro avevano solo un pigiama, che io solo a pranzo avessi mangiato quanto loro mangiavano in quattro giorni, loro che non avevano fatto niente di male.

[...]

È ora di mettere da parte tutte le pare assurde del “non sono capace”, qui ciascuno deve fare qualcosa come può, portare la propria goccia nel mare, anche se imperfetta.

Certo che questa esperienza buca la coscienza, certo che è un pungolo. Io non posso ignorare queste cose. [...] Certo non è colpa nostra se il mondo è / è stato orribile, crudele, atroce, ma questo è quanto abbiamo, è quanto ci è stato lasciato, e dovremmo cercare di sfruttare, di usare questa eredità, anziché nasconderci dietro le parole “Non è colpa mia”, “Io non c’entro” e di usarle come scusa… Non è vero che “non si c’entra”, io c’entro sempre, c’entro anche e soprattutto quando decido di non fare nulla, per pigrizia ignoranza o scelta deliberata.

Di fronte a certe cose paure e insicurezze dovrebbero passare in secondo piano”.

Elena Malfatti

Educa2010

26 set 2010 by valentina

ieri ho visto lo spettacolo dei ragazzi di cascina caccia, mi hanno lasciata a bocca aperta, mi hanno fatto stringere un nodo alla gola, sono stati proprio fantastici e…guardandomi intorno mentre recitavano ho visto tanta gente, tanta gente con gli occhi spalancati, con la bocca aperta e così un sorriso mi ha accarezzato le labbra. volevo ringraziare tutti, anche la splendida regista.

so che non si fa, ma ho ascoltato i discorsi delle persone  dopo lo spettacolo, e mi dispiace che non li abbiano fatti a voce alta, davanti a tutti, perchè erano davvero entusiasti di ciò che hanno visto e sarebbe stato bello se ogni attore avesse ricevuto i complimenti di ogni persona che ha visto lo spettacolo.

PrestarVisi alla storia perché non si ripeta, almeno nella parte del più infame cannibalismo.

16 mar 2010 by admin

Il treno è partito pieno di buone intenzioni. Tanti propositi sono sen’altro presenti nelle centinaia di giovani che lo riempiono, che si confronteranno sul terreno della tragedia e delle emozioni che essa suscita(lo spero)quando i loro piedi calpesteranno quella terra intrisa di sangue e sudore, dove anche l’aria che si respira sa di morte. Ma, un dubbio sempre mi assale: là, nel momento del pianto e dell’esecrazione, potrà nascere la speranza per l’avvenire che ciò che “è stato non sarà”? O il sacrificio di milioni di esseri umani sarà stato ancora una volta inutile, disperso come le ceneri?
Sia sì o sia no la risposta è purtroppo “nel vento”, nel difficile cammino della consapevolezza e della coscienza di ognuno che si conquista nello sforzo quotidiano di crescere conoscenza e confronto, partecipando al comune destino.
Dirò di più: perché qualcosa cambi, perché non si ripeta bisogna che un sistema mondo cambi, una classe politica cambi, uno stile di vita cambi. Che il dolore degli altri – vicino o lontano – si faccia proprio, provochi ferite, lacerazioni nella carne a tal punto che quando altre offese saranno possibili e altro sangue si spargerà, l’uomo insorgerà.
antonio

Appunti di viaggio

16 mar 2010 by admin

Dopo essere stato nel luogo simbolo dell’orrore nazista – Auschwitz – il ritorno a Trento, non è solo un ritorno.

Non si esce vivi dal campo, vivi intendo moralmente, se non si piange lacrime di vergogna che sciolgono la neve che copiosa copre la terra pregna di ceneri ancora vive.Non esiste sofferenza che si avvicini a quell’insopportabile crocifissione dei corpi, a quell’annullamento della dignità perpetrato con inaudita ferocia, che resiste nel tempo sui muri immobili e neri dei crematori.
Delle bellissime foto ci mostrano che erano vivi, avevano anni felici davanti, famiglie intere, giovani e bambini, donne e bambine, vecchi….erano vivi e non avevano colpa alcuna e sono morti di stenti, percossi, annientati , gassati, per diversa provenienza, diversa lingua, diverso odore della pelle.
Bisogna venirci per vedere quanto pesa la tua colpa di essere nato piu tardi e se questo ci è stato raccontato o è veramente accaduto.
E non si esce come prima dopo aver calpestato quel suolo sacro di immenso dolore, di copiosa sofferenza, di inesprimibile ferocia umana; solo camminare curvi con quel peso insopportabile – da quella parte di mondo che ha la pretesa di “insegnare” a vivere all’altra parte – e una domanda ossessiva di colpa: come è stato possibile?
Con l’angoscia del baratro che si può riaprire, in altri luoghi, con altre mani e… altri occhi stenteranno a vedere e altri corpi copriranno di cenere questa terra.
Antonio Marchi