PrestarVisi alla storia perché non si ripeta, almeno nella parte del più infame cannibalismo.

16 Mar 2010 by admin

Il treno è partito pieno di buone intenzioni. Tanti propositi sono sen’altro presenti nelle centinaia di giovani che lo riempiono, che si confronteranno sul terreno della tragedia e delle emozioni che essa suscita(lo spero)quando i loro piedi calpesteranno quella terra intrisa di sangue e sudore, dove anche l’aria che si respira sa di morte. Ma, un dubbio sempre mi assale: là, nel momento del pianto e dell’esecrazione, potrà nascere la speranza per l’avvenire che ciò che “è stato non sarà”? O il sacrificio di milioni di esseri umani sarà stato ancora una volta inutile, disperso come le ceneri?
Sia sì o sia no la risposta è purtroppo “nel vento”, nel difficile cammino della consapevolezza e della coscienza di ognuno che si conquista nello sforzo quotidiano di crescere conoscenza e confronto, partecipando al comune destino.
Dirò di più: perché qualcosa cambi, perché non si ripeta bisogna che un sistema mondo cambi, una classe politica cambi, uno stile di vita cambi. Che il dolore degli altri – vicino o lontano – si faccia proprio, provochi ferite, lacerazioni nella carne a tal punto che quando altre offese saranno possibili e altro sangue si spargerà, l’uomo insorgerà.
antonio

Appunti di viaggio

16 Mar 2010 by admin

Dopo essere stato nel luogo simbolo dell’orrore nazista – Auschwitz – il ritorno a Trento, non è solo un ritorno.

Non si esce vivi dal campo, vivi intendo moralmente, se non si piange lacrime di vergogna che sciolgono la neve che copiosa copre la terra pregna di ceneri ancora vive.Non esiste sofferenza che si avvicini a quell’insopportabile crocifissione dei corpi, a quell’annullamento della dignità perpetrato con inaudita ferocia, che resiste nel tempo sui muri immobili e neri dei crematori.
Delle bellissime foto ci mostrano che erano vivi, avevano anni felici davanti, famiglie intere, giovani e bambini, donne e bambine, vecchi….erano vivi e non avevano colpa alcuna e sono morti di stenti, percossi, annientati , gassati, per diversa provenienza, diversa lingua, diverso odore della pelle.
Bisogna venirci per vedere quanto pesa la tua colpa di essere nato piu tardi e se questo ci è stato raccontato o è veramente accaduto.
E non si esce come prima dopo aver calpestato quel suolo sacro di immenso dolore, di copiosa sofferenza, di inesprimibile ferocia umana; solo camminare curvi con quel peso insopportabile – da quella parte di mondo che ha la pretesa di “insegnare” a vivere all’altra parte – e una domanda ossessiva di colpa: come è stato possibile?
Con l’angoscia del baratro che si può riaprire, in altri luoghi, con altre mani e… altri occhi stenteranno a vedere e altri corpi copriranno di cenere questa terra.
Antonio Marchi

I Diari di Sanbaradio

12 Mar 2010 by redazione

Ogni gruppo si apparta all’interno di un’aula. A cerchio si attende solo l’inizio di questo ritrovo. E al centro di questo cerchio ci sono le aspettative della partenza, le paure e tante parole appese su qualche post-it. Di nuovo su quei colorati foglietti adesivi a ognuno di noi tocca scrivere una parola. La mia è rabbia. Perché questa parola forte è scaturita sopra tutte e con prepotenza quando sentivo le storie narrate dalla nostra guida in quei luoghi di sterminio. E ora che sono tornato mi accorgo di averla portata con me.
E’ una rabbia particolare, più da impotenza di ribelarsi contro tutto quello che è successo e rabbia verso una cosa così assurda.
Oggi non ho parlato. Ho solo ascoltato ed elaborato i miei pensieri. Ascoltando tutto quello che è saltato fuori nella discussione. I ragazzi sempre a cerchio erano attivissimi. Parlavano ed esponevano le loro idee, le loro sensazioni, paure e aspettative provate durante la visita in quei luoghi dell’orrore. Il discorso poi si è evoluto e si è posto su un piano più alto, arrivando alla domanda e noi oggi cosa possiamo fare?
Subito ho sentito che la mia rabbia in questo scenario può trovare finalmente uno sfogo, un possibile tentativo di ribellarsi e dire no. Perché ora posso trasformare quel senso di impotenza verso quelle vicende in consapevolezza di poter dire la mia e fare qualcosa ora, nelle vicende che in diverse sfaccettature compaiono anche oggi.
Non scorderò mai le parole di Robert Kennedy, fratello di J.F.K., pronunciate in un viaggio in Sud Africa. Si rivolgeva ai giovani e così li incitava dicendo che nella vita pochi avranno la grandezza necessaria a piegare la storia ma ciascuno di noi può operare per modificare una minuscola parte del corso degli eventi e tutte queste azioni formeranno la storia di questa generazione (dal discorso a Città del Capo, 6 giugno 1966). Ed è questo che possiamo e dobbiamo fare. Il trovarsi a parlare, come facciamo in queste occasioni, il discutere, mantenere viva una memoria e soprattutto impegnarci ora nel reale attraverso questi incontri. Dobbiamo impegnarci e far sì che queste occasioni di ritrovo possano portare a creare una coscienza, un pensiero che per piccolo che sia esiste e ha una sua vita propria. Perché è in uno stato autoritario che esiste solo un’idea, una consapevolezza e uno stesso destino. In questi stati di regime si fanno morire le diversità ideologiche e idem oggi, se ci affidiamo alle mode, alle ideologie presenti che ogni giorno sempre più deviano dalla retta via di un paese libero e rispettoso verso tutti, se non guardiamo con occhio critico a tutto quello che ci sta attorno, allora facciamo lo stesso errore che è stato fatto in passato. Quello di accettare che le cose vadano così. Bisogna creare un’alternativa al pensiero, o comunque prenderne coscienza e capire che bisogna cambiare, che si può cambiare se lo vogliamo. Bisogna portare avanti un’ideologia diversa e allora lì può realmente nascere il cambiamento. Penso in merito a questo a tutti i gruppi di discussione e i movimenti giovanili, e non, che si creano per gridare forte il proprio sdegno verso la mafia, che mettono la faccia e fanno sentire la propria voce, quelli sono un esempio di una coscienza diversa che si crea e che contrasta fortemente lo stato di soggiogazione in cui a volte è costretta la nostra società portando avanti una coscienza e un’idea di legalità.
Oggi possiamo questo. Parlare e ricordare, per costruirci noi un’idea, una coscienza che esisterà sempre nella società e che sarà un’alternativa e un grido in più contro tutti i possibili sopprusi che possono tornare. Essere sempre vigili e tenere stretta la voglia di essere liberi, noi e quelli vicino a noi. Noi possiamo essere l’alternativa con la nostra coscienza per le nuove generazioni. Noi possiamo essere la seconda scelta, quella per cui le persone potranno dire ehi, non c’è un sistema mafioso che controlla tutto, ma ci sono anche persone che guardano alla società con un occhio liberale e legale. Così si può contrastare la mafia oggi e tutte le atrocità che si compiono nel mondo.
E alla fine resterà un’impronta su un lenzuolo. Un piccolo passo per dire che anche noi ci siamo.

Filippo Bonadiman
Incontro al Liceo Scientifico Leonardo Da Vinci di sabato 27 febbraio 2010

Perchè tutto era cominciato per colpa di un ebreo…

26 Feb 2010 by valentina

Quando apprese la notizia della deportazione della sua famiglia [...] dovette chiedersi “perchè, Adonai?” [...] Dopo dieci giorni, il 7 novembre (1938) [...] Si procurò un’arma. Doveva uccidere. Doveva sfogare la sua disperazione. Attraversò Parigi all’alva e si sistemò davanti all’edificio che ospitava la delegazione tedesca.

[...] Tirò fuori la pistola. La mano non tremava. Sparò. L’uomo crollò a terra, colpito in pieno petto. Si chiamava Erns von Rath. Ricopriva l’incarico di terzo segretario. Ma Herschel lo seppe solo dopo, una volta arrestato e ammanettato.

Alla notizia dell’accaduto, la risata di Goebbles risuonò fino alla porta di Brandeburgo. Ora aveva un pretesto: finalmente avrebbe potuto condurre un’operazione in grande stile contro quei giudei che appestavano l’atmosfera ariana. Così cominciò la Notte dei cristalli.

 

Tratto dal libro di Gilbert Sinouè “Una nave per l’inferno”

la notte dei cristalli – 09 novembre 1938

26 Feb 2010 by valentina

[...] avevano rotto un bicchiere, come richiede la tradizione, in ricordo della distruzione del Tempio. Ora le vetrine infrante erano il segno che un nuovo esilio stava per cominciare.

 

tratto dal libro “Una nave per l’inferno” di Gilbert Sinouè

Flash back…Rassegna stampa, 8 febbraio

23 Feb 2010 by susannacaldonazzi

Dopo quattro giorni, eccoci giunti al termine, se così si può chiamare, di questa esperienza a Cracovia.

Non usiamo la parola “termine” con sicurezza, poiché di un finale vero e proprio speriamo non dover parlare.

Per molti di noi ragazzi infatti, sarebbe decisamente più indicato fare di questo percorso un buon inizio, per meglio porsi nei confronti della vita e delle responsabilità ad essa correlate, in un futuro prossimo.

Auschwitz, Birkenau, nonostante ormai dormienti, sono testimoni di tanti altri terribili luoghi di vergogna che esistono e purtroppo operano tutt’ora, per i quali spesso non si odono grida d’opposizione. Grida soffocate dall’indifferenza che abbiamo chiamato Zona Grigia.

Proprio su questo tema ruota quest’ultima giornata di riflessione e confronto, che ci ha riuniti tutti insieme in assemblea, sintesi del lavoro svolto fin ora.

Molte voci si sono consultate ed espresse riguardo ciò che significhi esattamente questo termine, da dove avesse origine, ma soprattutto, come trovare il metodo di uscirne.

Questa zona, interstizio tra opposti poli, è quella in cui per paura o interesse spesso ci si rifugia.

Fingendo di non vedere si è nel grigio.

Stringendosi nelle spalle si è nel grigio.

Restando immobili si è nel grigio e questa tonalità dilagante è il ruscello nel quale sguazzano persone che sanno cavalcare le onde, che godono dell’omertà silenziosa del qualunquismo, che fondano il loro personale culto sui capi piegati degli ignavi discepoli.

E quindi che fare per uscire da questo mare?

Sembra che la parola più consona sia rischiare, dimenticarsi della pavidità, osare, provare a forzare gli enormi ingranaggi intoppati della società, anche correndo il rischio di rimanere sconfitti, schiacciati dal movimento inverso.

Uniti, decisi e consapevoli che qualcosa si può ancora fare.

Perché forse non è noto a tutti, ma il grigio, per sua proprietà tende a cambiare sfumatura se posto vicino a un altro colore e di conseguenza, saremo noi a dipingerci di mille pigmenti, finche anche l’ultimo grigio muti in una nuova tonalità meno vaga.

Spesso il mondo adulto sostiene che noi ragazzi sognamo troppo e siamo vittime di utopie irrealizzabili.

Ma piuttosto che la pacata disillusione di chi, per eccessiva maturità o comodità, ha persino rinunciato a guardarsi attorno con un pizzico di fantasia e intraprendenza, meglio avere un sogno stupendo, anche con il triste presagio di una disillusa alba che potrà coglierci sul cammino.

Sperando in un mondo migliore.

Luca e Martina

Trentino 8 febbraio

Flash back…Rassegna stampa, 7 febbraio

23 Feb 2010 by susannacaldonazzi

Eccoci nuovamente al computer, improvvisandoci giornalisti per qualche minuto ancora…

Non risulta affatto semplice scrivere a proposito di oggi dopo un’intensa giornata, come quella trascorsa ieri.

Sull’interminabile strada da noi calpestata, che dal cuore spento di Birkenau, dilungava fino all’entrata, abbiamo lasciato e abbiamo acquistato sensazioni che hanno in parte offuscato le nostre attività di oggi.

Aleggiano ancora nelle coscienze, i nomi dei deportati, che attraverso le nostre voci, si sono divincolati dal guscio numerico e impersonale che gli era stato tatuato su arti e cuori.

“Io ti ricordo” “Io ti ricorderò sempre” è la formula attraverso cui l’alchimia prende atto, e mentre la voce commossa pronunzia ogni sillaba di questo sconosciuto nome, questo stesso rinasce nella mente come un uomo in carne ed ossa.

Ieri abbiamo recitato per un attimo la parte di dio.

Ieri abbiamo resuscitato un’anima perduta, dall’oblio di un numero che ne aveva divorato il viso, il ricordo, le tracce.

Ieri abbiamo recitato per un attimo un copione che spesso resta chiuso in un cassetto qualsiasi della coscienza.

Fiammelle, piccole fiammelle si accendono, esili nel fronteggiare il vento che tosto le sferza e le spegne.

Ma che importa? Ci auguriamo solo che quella luce, duri poco più del tempo necessario ad accendere un altro piccolo bagliore all’interno di noi.

Luca

Trentino – 7 febbraio

Flash back…Rassegna stampa, 6 febbraio 2010

23 Feb 2010 by susannacaldonazzi

Impressioni di uno che s’è addormentato in Austria e s’è svegliato in Polonia…

Appena aperte le finestre forse ancora prima della luce è viaggiata la sorpresa. Gli occhi ancora stropicciati sono rimasti abbagliati dal connubio di neve e sole. Si notano fuori dalla finestra i due fili scuri delle rotaie e il profilo di qualche albero. Se non sapessi che là fuori si gela direi che potrebbe quasi essere estate…ma non è così. Forse il riscaldamente quasi eccessivo, le cuccette che in principio ci sono parse scomode e l’impossibilità di qualunque sosta durante il tragitto non erano poi così male. Non ci è sembrato nulla rispetto alle condizioni disperate in cui non troppi anni fa si sono trovati ragazzi e ragazze come noi costretti nello stesso viaggio ma incastrati in un folle sogno senza la redenzione del mattino.

La notte per noi è passata in quiete quasi cullati dal mormorio delle rotaie, niente pianti, nessun timore, nessun imprevisto a creare preoccupazioni sulla meta. Prima ancora di quanto potessimo pensare veniamo informati dell’arrivo prossimo da un volto amico, niente SS a gridarci “Buongiorno!”.

Colazione frugale e un’attesa tranquilla della stazione di Cracovia. Case, case diverse, case triangolari sparpagliate sulla cornice del finestrino. Niente montagne. Il cielo è limpido e l’aria così simile a quella fredda delle cime nevose. Gli alberi spogli si prostrano al cielo alzando rami fitti come piccoli e grandi cespugli levitanti. La neve come cipria pesante sulla superficie è a volte liscia e a volte butterata dall’umano passaggio. Tutto questo candore, questa innocua bellezza, si sono davvero prestati ad omaggiare l’efferatezza nazista?

KRAKOW BOWARKA, il treno si è fermato. Che succede? Ci siamo? No la giostra riparte…ma a me cosa cambia? Nient’altro che qualche minuto ancora passato in una tranquilla tratta.

KRAKOW PLASZOW…Siamo arrivati.

Luca, Martina, Matteo

Trentino – 6 febbraio 2010

Flash back…Rassegna stampa, 5 febbraio 2010

23 Feb 2010 by susannacaldonazzi

Ritmo, ritmo, ritmo, la chitarra accompagna il fluire delle anime… è la partenza.

Siamo i nomadi della memoria.

Tanti, uniti e diversi, sciarpe e sciarpette, berretti e cappellini colorati, codini, creste bionde e qualche dread.

Ritmo tzigano, passi dritti e storti, torti i corpi sotto zaini ritti i volti a cercare con lo sguardo un binario in particolare.

Il binario che ci porterà nella fucina del male, nel ventre ossidato della tragedia sopita.

Guardateci, uomini, guardate, osservate lo snodarsi di una realtà danzante sul marciapiede, partiamo per noi, lasciamo Trento per il bisogno che abbiamo di trovare verità non recuperabili nelle parafrasi dei libri di storia, partiamo anche per voi, però, per riportare negli antri dell’indifferenza dell’ingenuità, un po’ del flamenco zingaro che stiamo ascoltando, con il tempo a dibattersi nei piedi, per stillare negli occhi, e servirvi, qualche goccia della nebbia senza scampo, aleggiante nei luoghi che visiteremo.

Parto per ogni uomo, perché in questo mondo di masse, mondo in cui il tutto è sponsor, sia messa in mostra anche quella parte di storia che non rifugia in una crisalide dorata.

Parto per riportare una pubblicità negativa tanto forte alla follia dell’uomo, da sperare che possa imprimersi negli animi, più di ogni altro prodotto commerciale, che tanto trova spazio nei cuori delle persone.

Quindi si va, iniziamo…

Eccoci sul treno, sistemati, affamati, tra poco inizieremo a muoverci realmente.

La gente qui ride, non c’è ancora tristezza, nemmeno l’ombra di malinconia e mi chiedo come sia stato però per i deportati, il giorno della loro partenza.

Per noi, ora le chitarre Rom tacciono, si sentono i fischi del treno, i gridolini eccitati e lo scricchiolare dei pranzi nei sacchetti.

Una voce negli altoparlanti ci raccontano l’inizio del nostro viaggio: “ attenzione…il binario…allontanarsi dalla linea gialla…”

Ma cosa sarà voluto dire, un imbarco senza il desiderio di imbarcarsi e un viaggio senza la voglia di viaggiare?

Mi alzo, accendo una sigaretta, appoggio la penna sul mio diario e il viaggio continua.

Luca

Trentino – 5 febbraio 2010 -

Si parte, gamba in spalla, 400 ragazzi di qualsiasi età da ogni parte del Trentino che si ritrovano e decidono di intraprendere un viaggio insieme. Dalla cooperazione trentina alla stazione. Un bagno di colori, di zaini, di borse, di giacche che affollano la strada. Cosa ci aspetta??? Teoricamente lo so, ma non so cosa veramente proverò. Parto perché ho bisogno di trovare risposte, di capire cose incomprensibili. Partiamo in treno proprio come facevano loro, i deportati, ma sono due storie, noi ripercorriamo le loro tracce. Io parto perché voglio imparare e voglio portare la mia testimonianza, i miei pensieri, non è possibile dimenticare queste cose per questo motivo mi trovo in una cabina riscaldata e scrivo. Non voglio che quello che è successo venga dimenticato, o peggio ancora negato, voglio poter dire: purtroppo è tutto vero, è successo veramente, non è una cosa che si può cancellare.

Le chitarre felici ritmano il percorso del treno. Spensierati partiamo. Nessuno pensa ai deportati, non cerchiamo di immedesimarci in loro, nelle loro paure, nella loro angoscia.

Il treno corre veloce. Noi iniziamo il nostro percorso, le nostre riflessioni.

Martina

Trentino – 5 febbraio 2010 -

Trento, 10 febbraio

10 Feb 2010 by susannacaldonazzi

Grazie a tutti ragazzi!

Grazie per le parole che avete scritto sul diario e che io mi sono limitata a riportare qui. Grazie perchè siete un’occasione per il mondo.

Buona primavera a bordo del treno a tutti!

s.